A Rufoli, la Fornace De Martino presenta una nuova grammatica di forme e cromie firmata da Giulio Ridolfo e Marialaura Irvine
Ci sono luoghi che sembrano sottratti al tempo. Luoghi dove il sapere artigiano continua a tramandarsi di generazione in generazione, lontano dai riflettori ma ben noto a chi riconosce il valore dell’eccellenza fatta a mano. La Fornace De Martino, sulle colline che dominano Salerno, è uno di questi. La sua storia documentata risale al 1479, quando un atto notarile attestava già la presenza della famiglia De Martino a Rufoli di Ogliara, impegnata nella lavorazione dell’argilla.
Da allora poco è cambiato nell’essenza del processo. In un paesaggio rurale segnato dalla pietra, dal vento e dalla luce del Mediterraneo, mitigato dalla presenza di un piccolo bosco di querce, acqua, terra, aria e fuoco continuano a trasformarsi in superfici di straordinaria qualità. Nascono qui cotti da rivestimento destinati a progetti su misura, espressione di un sapere che unisce rigore tecnico e sensibilità materica. Non sorprende che architetti come Vico Magistretti, Paolo Portoghesi o David Chipperfield abbiano scelto di lavorare con la fornace. In collaborazione con Tommaso De Martino, maestro del fuoco e custode di una conoscenza affinata attraverso decenni di sperimentazione, il progettista britannico per esempio è riuscito a sviluppare una particolare tonalità di nero, ottenuta attraverso un delicato equilibrio di impasti, pigmenti e cotture.
È dalla stessa cultura del fare che nasce il progetto – presentato all’indomani del solstizio d’estate del 2026 –, di cui ho avuto il piacere di moderare il lancio ufficiale. Ospitato nel boschetto di querce della fornace, alla presenza di Daniele De Martino, General Manager, del padre Tommaso e degli architetti Marialaura Irvine e Mariano Cuofano, autore dell’exhibition design dell’evento con Fabrizio Scattaretico e Piero Gorga. Mentre il sole iniziava il suo lungo tramonto, si è parlato della fornace e del nuovo abaco composto da 43 moduli e 34 colori, sviluppato nell’arco di oltre due anni di ricerca. Un lavoro a quattro mani che vede la firma di Giulio Ridolfo per la messa a punto della palette cromatica e di Marialaura Irvine per la definizione dei moduli. Colorati in massa con pigmenti naturali, questi elementi in cotto sembrano trattenere le sfumature del territorio da cui provengono: i toni polverosi della terra, il verde spento della vegetazione mediterranea, le ombre del bosco, la luce minerale della pietra. Affiorano anche echi delle cromie di Villa Oplontis, come se il paesaggio e la memoria archeologica della Campania avessero trovato una nuova forma espressiva. Il risultato è un catalogo che va oltre il repertorio di colori e moduli: racconta una geografia, una storia e un modo di intendere il progetto profondamente radicato nel luogo. Lo testimoniano le immagini scattate nel 2024 da Howard Sooley, fotografo e filmmaker britannico noto a livello internazionale per il suo approccio al paesaggio e per the poetry of material things, l’attenzione alla poesia delle cose materiali. Lo raccontano anche i vassoi ispirazionali di Giulio Ridolfo, vero maestro del colore, che ha mutuato dalla moda la sensibilità per i materiali e dall’arte – dalle gouache dei maestri del XX secolo –, dalla natura e dalla botanica quella per il colore. Definito un vero “assessore cromatico”, Ridolfo ha collaborato con marchi quali Vitra, Moroso e, dal 2007, con Kvadrat. Il risultato è un atlante materico, nel quale forme e cromie diventano strumenti per raccontare il paesaggio, la memoria e la cultura costruttiva di Rufoli. E grazie all’articolata struttura modulare di Marialaura Irvine, da anni impegnata in progetti con le terre, il progettista diventa un coautore, libero di disegnare combinazioni uniche e personalizzate.
Per conoscerne più a fondo la genesi lasciamo la parola a Giulio Ridolfo:
«Ci sono passaggi nelle vite e nelle professioni che portano, con il tempo, e sempre di più, a marcare il proprio territorio. Con occasioni uniche di incontri, al di fuori di mansioni da curriculum specializzato, e che danno e offrono luce, a me. Penso spesso a come sia avvenuto l’incontro e l’avvicinamento a Daniele e a suo babbo Tommaso, alla fornace di famiglia. Riunioni, presentazioni da professionisti? Certo, mi ha colpito e ci ha avvicinato da subito un’attenzione senza limiti alla qualità del colore legato a una superficie che viene dalle terre, e di terra formata e composta (le argille primarie). Forse, mi chiedo e ripeto, come in un mantra, come esca vivida un’espressione d’amore che non grida, a modo suo disciplinata. Attraverso passaggi aperti all’inaspettato, poi percepito e accolto. La vita, il rigore quotidiano dei gesti della Fornace De Martino. Il ritmo, l’incedere nei fuochi e nelle cotture, nelle stagioni e nei mesi che le formano. Cibo e nutrimento per la fornace che trasforma e restituisce elementi di architettura, materie solide ma sensuali al tatto e dai colori passanti nella loro essenza. Questa è una grande forza di umanità. Attesa, pazienza gentile, un’attitudine che sento sempre più rara nella vita che ci permettiamo.»
[Tutte le immagini © Howard Sooley]