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JOURNAL / 28.09.2022 Aldo Rossi, l’architettura, la storia, la memoria
Il dialogo interdisciplinare delle arti nell’opera di uno tra i protagonisti della cultura visiva del Novecento: architetto, designer, teorico e critico


“Dieses ist lange her / Ora questo è perduto” titola Aldo Rossi, citando il Canto della sera del poeta austriaco Georg Trakl, in un suo famoso disegno del 1975, dove, da Piranesi del XX secolo, raccoglie resti di testimonianze architettoniche del passato recente. Del resto, il senso della memoria è uno dei fili conduttori della sua opera, tradotto in scritti, disegni, architetture e oggetti. Ed è una delle possibili chiavi di lettura della mostra “Aldo Rossi. Design 1960-1997”, curata da Chiara Spangaro in collaborazione con la Fondazione Aldo Rossi, aperta sino al 6 novembre 2022 al Museo del Novecento a Milano.

Nelle nove sale sfilano 350 tra oggetti, arredi, disegni, dipinti e modelli di studio che restituiscono il mondo immaginifico dell’architetto, designer, teorico e critico, la sua ricerca sul rapporto tra la scala monumentale dell’architettura e quella del design degli oggetti d’uso. Come ha affermato Vanni Pasca, “con Rossi la casa diventa un luogo di mobili simili ad architetture, che contengono al loro interno oggetti, ad esempio caffettiere, simili anch’essi ad architetture. Vi è qui l’idea di un progetto della casa dove storia e memoria, presente e tradizione si collegano in una catena ininterrotta”. Lo si percepisce entrando nella sala Sette che ricostruisce un interno domestico con mobili e oggetti progettati da Rossi, e altri da lui collezionati e presenti nelle sue case, come le caffettiere americane, una stampa di Giovanni Battista Piranesi, una credenza ottocentesca, tutte fonti d’ispirazione per il suo design.
La ricchezza della sua tavolozza cromatica investe i suoi disegni, i suoi dipinti, i tappeti realizzati con ARP Studio in Sardegna (1986), si stempera a vestire di tonalità pastello la Cabina dell’Elba e il Teatro del Mondo, l’architettura effimera che approda a Venezia a Punta della Dogana e apre l’11 novembre 1979 con l’Aleph di Jorge Louis Borges. “Il momento più emozionante è stato forse essergli accanto in motoscafo nella laguna veneziana, al seguito della navigazione del suo magico Teatro del Mondo”, racconta Isa Tutino Ottolenghi, allora direttrice di Casa Vogue, che gli dedicò la copertina della rivista.
“Aldo Rossi è stato a me molto caro, amavo la sua intelligenza, la sensibilità, l’immaginazione, ammiravo in lui l’artista, l’architetto, lo scrittore. Abbiamo anche trascorso lunghe vacanze insieme, sia in campagna, sia in montagna, ed era bello osservare con lui paesaggi e tramonti. Era una persona straordinaria, che tutt’ora mi manca”, prosegue. L’emozione ritorna guardando il video e le immagini di Antonio Martinelli, unico fotografo che ha documentato il work in progress del Teatro del Mondo, dalla costruzione a Porto Marghera, al viaggio a Venezia sino alla traversata dell’Adriatico sino a Dubrovnik, al suo ritorno e allo smontaggio dell’opera nel 1981. “Questo teatro veneziano”, raccontava Aldo Rossi, “è legato all’acqua e al cielo e per questo ripete nella sua composizione i colori e i materiali del mare-teatro veneziano. Questo mi piaceva soprattutto, il suo essere una nave e come una nave subire i movimenti della laguna… il teatro mi sembrava in un luogo dove finisce l’architettura e inizia il mondo dell’immaginazione”.

[Testo originariamente pubblicato su Telescope #117 by Lara Facco]


Tre amici con cane conversano, 1989. Courtesy Fondazione Aldo Rossi


Interno. Courtesy Fondazione Aldo Rossi


Sala ispirata agli interni personali di Aldo Rossi. Foto © Francesco Carlini


Taccas Tappeti e arazzi, studio ARP Oristano. Foto © Francesco Carlini


Sinistra: Un’altra estate 1979. Courtesy Fondazione Aldo Rossi / Destra: Cabina dell’Elba Modello. Courtesy Fondazione Aldo Rossi