Alle Svalbard, sulle tracce di esploratori, balenieri e cacciatori di pellicce, ora centro di ricerche scientifiche sul permafrost e il cambiamento climatico. In cerca di un vis-à-vis con orsi polari, renne, volpi artiche, trichechi e cetacei. Con i ghiacciai come sfondo
Che cosa spinge oggi un viaggiatore verso le regioni artiche? L’eco delle imprese di Roald Amundsen e Umberto Nobile? Le immagini di foche e orsi polari placidamente sdraiati sui ghiacci? La luce del nord, affilata come una lama? Il fascino del silenzio assoluto? Le storie degli esploratori che partivano senza sapere se sarebbero tornati? Verificare gli effetti del cambiamenti climatico? O, più semplicemente, un certo grado di sociopatia unito alla malsana eccitazione di aspettare per ore qualcosa che potrebbe benissimo non comparire? Probabilmente un mix di tutto ciò. A questo si aggiungono le reminiscenze infantili del Viaggio al centro della Terra di Jules Verne, le letture di Christine Ritter, che alle Svalbard trascorse un anno intero nel 1934 — un anno, non una settimana con colazione a buffet — e i più recenti racconti di Piergiorgio Casotti e del discusso Robert Peroni.
Così, negli anni, sono approdata in Islanda, dove ho affrontato i miei primi guadi in 4x4; alle Lofoten, tra paesaggi da cartolina e il fetore ininterrotto dei merluzzi stesi ad asciugare; nella Groenlandia dell’Est, a zigzagare tra gli iceberg e dormire sotto le stelle in luoghi che sembravano scelti apposta per scoraggiare il turismo di massa. Infine alle Svalbard, per circumnavigare l’arcipelago su una nave, in compagnia di oceanografi, naturalisti ed etologi. Le isole coprono una superficie globale di 62.050 km2 — abitata da meno di 3000 umani e intorno ai 300 orsi polari stanziali dei 3000 pelagici del Mar di Barents — e oggi sono tra i principali luoghi toccati dal riscaldamento climatico e dalla scomparsa dei ghiacci artici.
Longyearbyen
A Longyearbyen, porto d’imbarco che ospitava ben sette miniere di carbone, di cui l’ultima chiusa nel 2025 per avviare la transizione verde, e ultimo avamposto prima del grande nulla, si incontrano immediatamente le anime con affinità elettive. Sono facili da riconoscere: abbigliamento tecnico da alta montagna, scarponi che potrebbero affrontare l’Everest, mega-zaini, binocoli e zoom professionali da 600 mm. Camminano lentamente, ma con sguardo vigile, da predatori. Non cercano negozi, caffè o cibo. Cercano animali.
Al limite dell’abitato, appena prima del cartello che segnala il pericolo con la silhouette di un orso polare, c’è persino un ristorante di fine dining, Huset, diretto da Alberto Lozano, chef spagnolo che utilizza esclusivamente ingredienti locali per un menu degustazione di quattordici portate. È rassicurante sapere che, in caso di attacco di un orso, si possa almeno morire dopo un amuse-bouche di alta cucina. Si dorme nelle ex cabine dei minatori, trasformate in stanze dal design essenziale, e finalmente ci si imbarca.
Day 1
Ortelius batte bandiera olandese, è uscita da un cantiere di Danzica nel lontano 1989 e accoglie altri 97 esseri umani provenienti da Cina — moltissimi — Corea, Stati Uniti, Germania, Repubblica Ceca e Italia. Oltre allo staff di Oceanwide Expeditions che va dalle Filippine alla Spagna, dall’Argentina al Regno Unito. La nave, nonostante l’età, è confortevole. Molto più del previsto. Dopo mesi di immaginazione artica, avevo mentalmente già accettato l’idea di dormire dentro una scatola di metallo umida, mangiare zuppa liofilizzata e lavarmi con la neve. Scoprire invece una cabina con bagno privato è stato uno shock culturale.
Il programma del viaggio prevede conferenze scientifiche nel tardo pomeriggio dopo essere scesi a terra sugli zodiac, seguendo un rigido protocollo. L’obiettivo è naturalmente l’avvistamento della fauna: orsi polari, volpi artiche, trichechi oversize, renne Rudolph, foche dagli occhi dolci e cetacei. Molti cetacei. Almeno sulla brochure. Gli animali, tuttavia, non sembrano aver ricevuto il programma. Noi li cerchiamo. Loro fanno altro.
Day 2 – Ny-Ålesund
Primo sbarco a Ny-Ålesund, un insediamento che d’estate arriva a contare circa 200 abitanti, mentre d’inverno ne restano appena una trentina, per lo più ricercatori scientifici. Come racconta il museo locale, proprio da qui Umberto Nobile partì per la sua celebre spedizione in dirigibile, mentre Roald Amundsen scelse Ny-Ålesund come base per le sue esplorazioni polari. A ricordarlo, nella piazza del paese, c’è il busto dedicato al grande esploratore norvegese. Situata oltre il 78º parallelo nord, Ny-Ålesund è un luogo da record: qui si trovano, tra gli altri, l’ufficio postale e l’albergo più settentrionali del mondo. Un villaggio davvero fuori dal comune, dove non vivono né anziani né bambini, e dove la presenza umana sembra quasi una parentesi nel cuore dell’Artico.
Ci si sposta a Ny-London dove i resti di archeologia industriale dell’impresa del britannico Ernest Mansfield testimoniano la sua tenacia nel voler cavare il marmo scoperto nel 1906. Si meritò il titolo di “Marble Fiasco” perché nel 1912 il marmo arrivato in larghi quantitativi in Inghilterra si incrinò e si spezzò a causa della temperatura più elevata.
Day 3 – Nordvest-Spitsbergen
Al terzo giorno le aspettative di un vis-à-vis con le creature artiche iniziano a subire un salutare ridimensionamento. Si avvistano tre renne a oltre 500 metri di distanza. I trichechi dell’isola di Moffen appaiono come puntini che emergono dalle onde. Una volpe artica viene intravista per pochi secondi tra le rocce. Forse è più facile incontrare la Madonna a Medjugorje: lì basta avere fede, mentre qui servono un binocolo, una buona vista e possibilmente un obiettivo da 600 mm. Si trovano tracce delle vecchie trappole per volpi e le ex-baite dei cacciatori di pellicce costruite negli anni Venti del Novecento che ritroviamo descritte nelle pagine di Christiane Ritter, in Una donna nella notte polare (1938).
Eppure qualcosa comincia a cambiare. La sacralità degli spazi entra lentamente dentro di noi. Il silenzio artico non è affatto silenzioso: è pieno di indizi. Le sterne, che sembrano aver preso molto sul serio il proprio ruolo di disturbatrici della quiete; i ghiacciai che si sfaldano con boati improvvisi; i brandelli di iceberg che si urtano tra loro, spinti dalle onde. Il paesaggio sembra immobile, ma è tutto un movimento. Solo molto più lento di noi.
Day 4 – Oceano Glaciale Artico
Poi arriva l’apparizione. È il pomeriggio del quarto giorno, iniziato nella nebbia del pack. Improvvisamente, sulla banchisa, compare un’orsa (si riconosce, dicono gli esperti, perché ha le zampe posteriori meno pelose del maschio. Vanità femminile?). Maestosa. Le zampe languidamente abbandonate lungo il corpo, il testone sollevato, ci guarda e annusa i nostri umori. Non sembra minimamente impressionata. Anzi. Da vera diva, si pavoneggia sul ghiaccio, perfettamente consapevole che novantanove persone hanno attraversato mezzo mondo per fotografare proprio lei. Poi si allontana sul pack, dondolando il didietro. Il silenzio è assoluto. Nessuno parla. Nessuno osa commentare. Una nota: la caccia all’orso è stata bandita nel 1973 e l’abbattimento è concesso solo in casi di autodifesa documentata se un animale attacca l’uomo.
Day 5 – Lågøya
Un altro orso sulla spiaggia di Phippsøya. Ortelius riparte e tenta di approdare a Chermsideøya. No man’s land. Peccato che una giovane orsa abbia deciso diversamente. Niente sbarco. Si prosegue per Lågøya, l’isola dei trichechi. Qui finalmente troviamo una nutrita colonia di bestioni accatastati lungo la riva, mentre altri nuotano, scompaiono e ricompaiono tra le onde mostrando testoni e dentoni. Sono enormi, goffi e magnificamente indifferenti. Il cielo è percorso da lunghe nuvole grigie e lanose. Sullo sfondo, isole semicoperte di neve.
Day 6 – North East Land
La giornata comincia con un giro in zodiac e l’apparizione di una graziosissima volpe bianca. Nel pomeriggio, lunga camminata nel deserto polare, con grandi trichechi che giocano fra le onde. Il rientro sulla nave è laborioso dati i movimenti delle onde. Gli zodiac non sono esattamente taxi londinesi e, nell’Artico, la voce “servizio al pontile” evidentemente non è ancora prevista. La sera, Arctic dinner sul ponte.
Day 7 – Sør-Spitsbergen National Park
Orsi in vista sul luogo del previsto approdo. Quindi niente sbarco. Giro in zodiac. Ci schieriamo insieme a un gruppo di allegri trichechi sulle onde. Cielo artico. Altro approdo. Altro orso. Nuova fuga. A questo punto diventa evidente che gli orsi polari non sono una specie animale, ma un’autorità amministrativa. Decidono loro dove possiamo andare. La visibilità è scarsa. Più tardi, dal ponte, una balena danza tra le onde. Un’apparizione fugace. Quasi un saluto. O forse semplicemente un modo elegante per ricordarci che, anche qui, non siamo noi a decidere il programma.
Day 8 – Nordre Istfjoerden National Park
Le aspettative sono ancora alte, nonostante la visibilità mediocre. Si sbarca. Ci sono molte Rudolph che pascolano tranquille e una fugace volpe artica, impeccabile nel suo outfit Fall/Winter ’27. Poi una lenta salita verso un ghiacciaio da dipinto Sturm und Drang. Il silenzio, la luce. E improvvisamente ci si accorge che la vera esperienza non era necessariamente vedere gli animali. Era stare lì. In un luogo dove il tempo sembra avere un’altra velocità, dove il ghiaccio scricchiola, le montagne galleggiano nella nebbia e un rumore lontano può essere un ghiacciaio che si rompe o un iceberg che si sposta.
La sera, champagne e cena d’addio con la crew.
Otto giorni dopo, abbiamo visto orsi, volpi, renne, trichechi, foche e balene. Non sempre bene. Non sempre da vicino. A volte come un puntino. Ma li abbiamo visti. E soprattutto abbiamo trascorso otto giorni in un luogo in cui l’uomo non è la misura di tutte le cose ma che, purtroppo, rimane la causa di un’accelerazione climatica intensificatasi negli ultimi trent’anni con conseguenze irrimediabili.
[Tutte le immagini © Laura Maggi]