Ritorno sui monti Himalayani in cerca di un altrove che, inaspettatamente, ha un’estetica e un sapore di casa
Molti anni fa avevo camminato per 350 km nel Tibet indiano, da Manali a Leh via Padum – una piana senza fine – per arrivare a Kargill. Non trovo più la mappa accuratamente tracciata, persa tra i tanti libri che affollano gli scaffali. Paesaggi incredibili, ponti aerei di corda, muli che camminavano sulle punte, le galline in grandi ceste che sparivano giorno dopo giorno, chapati e rapidi bagni in torrenti ghiacciati, guadi con l’acqua alle ascelle e notti in tenda, sotto le stelle, the al burro e albicocche stese ad asciugare sui tetti, bambini sorridenti, una tavolozza di colori terrosi, dall’arancio al marrone, stupa candidi e muri di pietre incise con l’invocazione Om Mani Padme Hum. 15 giorni di cammino indefesso, a domandarti perché sei lì.
Quarant’anni dopo torna il richiamo dei monti dell’Himalaya – questa volta del Bhutan. Lo scenario è completamente diverso: non un vero altrove, ma un déjà vu per chi è familiare con i paesaggi delle Alpi italiane, le montagne svizzere o austriache. Le valli sono semplicemente spettacolari: risaie terrazzate, foreste fitte di alberi altissimi, sempreverdi e larici, rododendri oversize, mucche e yak che attraversano liberamente strade e campi. A fare da sottofondo, il verso rauco dei corvi, presenza costante lungo i sentieri.
L’esperienza più intensa del viaggio è salire fino al Nido della Tigre. L’ascesa finale – circa novecento gradini scavati nella roccia – conduce a quattro templi sospesi su una parete verticale. È una salita impegnativa, ma a ogni passo, con il respiro corto e il cuore che accelera, si ha la sensazione di avvicinarsi non solo alla meta, ma anche a qualcosa di più profondo, quasi al Nirvana stesso mentre rileggi Siddharta e ti raffronti con le pagine di Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti.
Il paesaggio della Terra del Drago Tonante è costellato di gompa colorati, stupa bianchi e dzong spettacolari arroccati sui fianchi dei monti. Ovunque, questi luoghi sacri ricordano quanto Siddhartha, i Bodhisattva e le loro storie abbiano modellato l’anima del Paese. Per comprenderle davvero, però, bisogna abbandonare una visione rigidamente razionale della realtà: come spiegare l’elefante bianco che avrebbe fecondato la madre di Siddharta? O la principessa trasformata in una tigre volante per trasportare Guru Rinpoche dal Tibet al Bhutan? Qui, più che capire, bisogna lasciarsi andare. Le pareti dei templi raccontano queste leggende con colori vividi e simboli potenti. Serve fede, certo, ma basta anche uno sguardo aperto e curioso, come quello di un bambino davanti all’inaspettato.
Il Bhutan è un Paese che cambia, ma con grande attenzione alla propria identità. Molte delle tradizionali case in terra battuta sono state sostituite da edifici moderni che rispettano rigide regole architettoniche. Uomini avvolti nel gho e donne nella kira – abiti tradizionali obbligatori negli uffici pubblici – contribuiscono a creare l’impressione di un luogo sospeso nel tempo, quasi il set di un film storico. Una scenografia accuratamente disegnata popolata da figuranti. Anche qui, però, la contemporaneità è arrivata. Grazie a internet, i monaci restano connessi non solo al mondo spirituale ma anche a quello digitale, smartphone alla mano. Persino le offerte si sono aggiornate: all’ingresso dei templi, un QR code permette di accendere una lampada al burro senza bisogno di contanti. In TV vengono annunciati congressi di IA.
Oltre al celebre Buddha Point, dominato dall’imponente statua dorata alta 108 metri che guarda la valle di Thimphu, alcuni dei momenti più memorabili si vivono al Passo di Chele La, a 3.988 metri di quota. Qui l’Himalaya orientale si apre all’improvviso, mostrando alcune delle vette più alte del Bhutan, innevate e maestose, capaci di togliere il fiato. Magia dell’inaspettato.
[Tutte le immagini © Laura Maggi, salvo quando indicato]