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JOURNAL / 22.11.2021 Colore, senza paura
Report dal primo G8 cromatico di Giulio Ridolfo, colour designer e pellegrino del mondo


Il 12 novembre 2021, in piena Estate di S. Martino, Giulio Ridolfo, assessor cromatico come ama definirsi, ha indetto al Castello di Cordovado una vera maratona del colore.

Pretesto e occasione, la presentazione agli amici di sempre del suo libro Materialising Colour: Journeys with Giulio Ridolfo a cura di Jane Withers e con le immagini on the road del fotografo inglese Howard Sooley. Quasi nove ore di discussione in uno spazio magico ospiti di Benedetta Piccolomini e della sua famiglia. In tutto, circa una sessantina di coloristi anonimi, appartenenti a territori diversi – dal design alla musica, dai libri ai fiori, dalla fotografia alla storia – invitati a fare una dichiarazione sul senso del colore, con a disposizione 10 minuti al massimo. Maestri di cerimonia, Marco Sammicheli e Anniina Koivu. Tra i tanti a fare outing, Patricia Urquiola, Giulio Cappellini, Carlo Goldstein, Patrizia Moroso, Cristina Nardi, Alberto Saibene, Marcelo Gomes e lo stesso Howard Sooley.

Ecco la mia confessione:
Ciao, sono Laura. Ho problemi con il rosa e sono qui per disintossicarmi dal nero. Non so di che colore sono diventata. Se mi immagino, sono a righe. Questa è la mia storia.
Celeste. È il primo colore che ricordo. Quello degli occhi di mia nonna. Il colore di un affetto incondizionato che ho ricercato in altri occhi, sempre celesti. Ma l’azzurro non è sempre garanzia di verità e onestà assolute. Rosso. Il colore della mia infanzia. Rosso il tavolino per disegnare, rosso l’astuccio, rossa la cartella, rosso l’abito di velluto che immancabilmente ogni anno veniva tagliato su misura, rosso il divano con le sue poltrone anni cinquanta dove rannicchiarsi a sognare, rossa la prima giacca a vento, rosso il Natale, rossi i bagni di Bonassola. Arancione, verde, giallo, rigorosamente fluo, gli impossibili colori pop dell’adolescenza beat, accostati senza pregiudizi, fuggendo da scamiciati scozzesi e camicie bianche giudiziose. Total orange da capo a piedi, anche le calze. Senza paura. Sull’aria di Yellow Submarine. Rosa, il colore che ho sempre negato e rifiutato. Troppo legato allo stereotipo femminile, troppo zuccheroso. Ancora oggi mi dà allergia per la sua spudorata indecenza. Verde e blu, i colori dei miei diciott’anni e dintorni. In tante sfumature, dal salvia al denim al blu elettrico, colori che erano pensieri. Beige, marrone e cammello. Un’infatuazione fugace, cercando di darmi un contegno serioso da grande. Bianco assoluto, il colore della discussione della tesi di laurea e della mia prima casa. Bianche le pareti, le porte, la cucina, gli armadi, il divano, il letto. Frustrazione dell’imbianchino che in milanese commentò “Se l’è? Una clinica?”. Il modernismo mi aveva stregato. Poi l’abbandono del rigore, gli anni di Memphis, di Cinzia Ruggeri, di Anna Piaggi che scendeva inattesa da un taxi in un turbinio di stoffe e colori, l’alfabeto ricamato in technicolor di Alighiero e Boetti, la passione per i pois e le righe. Nero. La scelta più facile per vestirsi con poca fantasia perché è un colore semplice, poco complicato, fa subito eleganza o anarchia, bon ton o ribellione. Certo è stato sdoganato dalla tristezza. E la casa che, da bianca nel corso del tempo si veste via via di altri colori, dal giallo oro al lavanda, con una camera tutta arancione scelta dalla figlia adolescente e una, quella di mio figlio, come una scatola dalle pareti di colori basici (blu, giallo, rosso e verde) e il soffitto bianco. I colori dell’Unité d’Habitation di Le Corbusier. Ma era una sfida, una sua provocazione dichiarata. Persa, perché nel cubo di Rubik ha dovuto dormire per anni. Lui che più tardi si scoprì daltonico.

Se guardo all’indietro i colori tracciano una precisa timeline, scandendo gli anni. A riconferma di quanto scriveva nel 1931 lo stesso Le Corbusier che a ogni fase della vita corrisponde un colore che fa eco alla nostra anima. Anche se oggi non so più di che colore sono, non sono certo rosa né marrone.

Fortunatamente non ho mai sofferto di cromofobia, come racconta David Batchelor nella sua Storia della paura del colore, parlando di un mondo interamente ripulito dal colore, del bianco puro come di un problema occidentale, della bianchezza virtuosa dell’Occidente che nasconde altri terrori. Sul fronte Orientale, un altro libro, un romanzo Le vite nascoste dei colori di Laura Imai Messina, un’italiana da vent’anni a Tokyo, racconta di Mio, una giovane donna che sa cogliere e nominare tutti i colori del mondo. Con “Il taccuino dei colori di Mio” in chiusura del libro che descrive in modo poetico tinte come “il blu ripostiglio” o “il verde nuovo, quello più acceso dell’anno”.

Da parte mia, ho sempre amato i colori, dentro i quadri e dentro i libri, nelle case, addosso alle persone, nei viaggi, dentro il mare e fra i boschi. Sono poco musicale e non li so riconoscere nella musica. Ho però imparato l’importanza dei codici diversi che si portano con sé. Li scopri in cucina dove i colori evitano le contaminazioni tra i cibi: coltelli e taglieri sono rosso per la carne cruda, giallo per il pollame, verde per frutta e verdura, blu per il pesce, marrone per la carne cotta, bianco per pane e latticini. Li ritrovi nei corridoi sotterranei degli ospedali per indicarti la via e portarti a destinazione, alla radiologia o alla morgue. Contraddistinguono gli usi delle diverse culture dove il rosso è associato alla fortuna (in Cina), dove per rispetto della gerarchia non puoi usare lo stesso blu degli abiti dei superiori (in Cina). Inutile dividere il mondo per colori perché con più vai a Nord più vedi un’esplosione di tinte colorare le case di rosso, giallo, verde brillante quasi a scacciare il grigio plumbeo del cielo e punteggiare di macchie la neve. E ugualmente con più vai a Sud più ti sorridono i colori del Sudamerica e a Est i sari indiani o l’oro dei templi.

Il colore è un linguaggio vernacolare, lo si parla e lo si apprezza anche senza studi specifici. Liberi tutti d’inventare la propria grammatica sulla base di ricordi e desideri, senza paura di sbagliare. In un mondo diviso sul mappamondo politico, parlare l’esperanto del colore crea ponti e conversazioni, momenti di riflessione décontractés come questo che nutrono lo spirito e mettono il sorriso. Lunga vita al colore! (purché non sia rosa)

[Tutte le immagini sono tratte dal libro Materialising Colour: Journeys with Giulio Ridolfo di Jane Withers per Phaidon (2020) – foto © Howard Sooley]