Quayola e Plant Fever: due punti di vista sul mondo della natura
“Le piante sono state e stanno raramente di fronte a noi così come sono. Sono da secoli schermi di proiezione costrette a ospitare di volta in volta il fantasma individuale e collettivo che vogliamo incarnino”, afferma Emanuele Coccia. Il filosofo, assertore del pensiero vegetale e della filosofia della biologia, così continua nel volume che accompagna la mostra Plant Fever, curata da d-o-t-s (Laura Drouet e Olivier Lacrouts): “Nel tempo sono passate da attori del giardino delle delizie, oggetti di alimentazione e di sussistenza, incarnazione della forma più basica ed elementare di vita biologica, evidenza sensibile di un’alterità insopprimibile. Vederle al di là del ruolo che chiediamo loro di incarnare è più difficile di quanto si creda. (…). È per questo che sono l’arte e il design, molto più che la botanica o la filosofia, che possono portarci a rapportarci con le piante in maniera diversa”.
Nel campo dell’arte, è la ricerca artistica condotta da tempo da Quayola a introdurre un punto di vista inedito per osservare il mondo naturale, indagando la tradizione della rappresentazione della natura e del paesaggio, suggerendo relazioni tra suono e immagine. Esemplare è l’opera Jardins d’Été, installazione audio-video imperniata sul trinomio arte-natura-tecnologia esposta alla Malga Costa di Arte Sella, il parco di Borgo Valsugana (TN).
La serie di quattro video è un omaggio esplicito all’Impressionismo francese, nello specifico alle opere della maturità di Claude Monet, e restituisce i giardini sulla Loira attraverso l’occhio di un computer che utilizza telecamere ad altissima definizione e software per computer personalizzato. La capacità visiva dell’artista è implementata dall’occhio tecnologico di un’intelligenza artificiale che capta sfumature e dettagli non registrabili dalla percezione umana. Fiori e piante non sono più percepiti come visione estetica, ma come attori protagonisti, con vita propria.
In parallelo, dal territorio del design arriva un invito a riconsiderare la nostra relazione con il mondo vegetale, come documenta la ricerca condotta da d-o-t-s per l’esposizione itinerante Plant Fever. Towards a Phyto-centred Design. I circa cinquanta progetti esposti presso il museo CID Grand-Hornu vicino a Mons, in Belgio, sono rappresentativi del lavoro di creativi di oltre 20 paesi e suggeriscono una nuova prospettiva vegetale per il design, un approccio fitocentrico invece che antropocentrico.
Entrano in campo concetti quali la plant-blindness, l’eco-femminismo, la silvicoltura, la biomimetica, l’upcycling, oltre a temi legati al postcolonialismo e al paesaggio culturale. Nell’allestimento di Benoît Deneufbourg prendono vita progetti come The Phytophiler firmato dal duo italiano Dossofiorito: vasi per piante in cui sono incorporati lenti di ingrandimento per incoraggiare l’interazione tra la pianta e l’uomo; Botanica Collection dei Formafantasma, che esplora la storia delle plastiche presintetiche; Florence di Helene Steiner, per registrare via computer come le piante comunicano con l’ambiente sfumando i confini tra artificiale e naturale, fino a dispositivi open source e tecnologie emergenti.
Sulla scia delle affermazioni di scienziati quali Anthony Trewavas e Stefano Mancuso, siamo sempre più disposti ad accettare il concetto di un’intelligenza delle piante, della loro abilità evolutiva e a instaurare nuove relazioni con il mondo della natura.
[Testo originariamente pubblicato su Telescope #35 by Lara Facco]