Com’è nato il mito di 007 dal “più grande romanzo di spionaggio di tutti i tempi”
I. Circostanze accidentali favorevoli
Il 12 novembre 2020 era una data segnata in rosso, di massima allerta. Coincideva con l’uscita di 007 No Time to Die, il venticinquesimo capitolo della saga di James Bond, diretto e co-scritto da Cary Fukunaga. Starring l’imperscrutabile Daniel Craig, che con i suoi modi ruvidi e grezzi aveva gettato un’ombra disdicevole sull’aplomb da gentleman very British dei suoi predecessori. A una rilettura attenta risulta invece più aderente al primo 007 delineato dal suo creatore, Ian Fleming. Il nuovo film sarà forse l’ultima occasione di vederlo in azione ancora come agente doppio 0, prima che ceda definitivamente (e non senza polemiche) lo scettro a UNA giovane collega al servizio di Sua Maestà, per raggiunti limiti di età. O, come recenti indiscrezioni lasciano sospettare, a Regé-Jean Page, quel Duca di Hastings che ha stregato milioni di Bridgerton addicted.
Nell’autunno del nostro scontento, causa il perdurare della pandemia e la conseguente chiusura di tutti i cinema, anche la prima di No Time to Die è stata, ahimè, cancellata. Ennesima delusione che si sommava a tante ad altre, allo scherno di un saldo Millemiglia alto come non mai, alle sessioni d’ascolto dei DCPM come fosse Radio Londra, diventate ormai l’unica certezza nel tempo sospeso. L’ombra grigia della noia iniziava ad aleggiare sulle giornate del #iorestoacasa. Basta Netflix e nottate catartiche passate a seguire serial killer, nordici o americani, che collezionano brandelli di epidermide delle loro vittime e altre amenità. Soprattutto bisognava allontanare lo spettro di Marie Kondo e del suo metodo Konmari per riorganizzare gli spazi, oltre al senso di colpa acceso dalla recente lettura di Come ordinare una biblioteca scritto da Roberto Calasso. Grande era l’onta di vivere tra i tanti scaffali apparentemente in ordine, ma che nascondevano l’anarchia di relazioni pericolose tra tomo e tomo, ormai sistemati a caso, causando estenuanti ricerche all’ultimo respiro del libro che ero certa di avere. Non c’erano scuse, visto il lusso (inutile) del molto tempo libero. Era fondamentale crearsi un alibi.
II. Il vero James Bond
D’improvviso la luce: tornare a seguire il nostro Bond, James Bond non nelle adrenaliniche versioni cinematografiche romanzate, ma sulle pagine originali di Ian Fleming, complice un pacco dono inatteso, scartato con la curiosità a mille. Sotto un articolo del Foglio che titolava “Il vero James Bond” si celavano gli otto libri a lui dedicati, pubblicati da Adelphi, con copertine total back a impressioni oro e rosso sangue. Magia!
Immediata la decisione di dividere le giornate in moduli sull’esempio del Will di About a Boy – Nick Hornby insegna -, e di dedicarne programmaticamente alcuni a #tuttoFleming per scoprire vizi e virtù dell’affascinante 007. Seguendo con rispetto filologico assoluto la successione cronologica dei volumi, da Casino Royale del 1952 a Thunderball del 1961. E, soprattutto, crearsi un obbligo morale di una lettura quasi quotidiana per sfuggire all’altro spettro: il cofanetto ormai datato della Recherche, sette volumi in gran parte letti o, in alcune parti, scannerizzati per adempiere alle richieste del programma di Letteratura Francese, che ancora chiede vendetta dal terzo ripiano a destra della libreria del corridoio. E il cui memento è difficile da evitare.
Primo grande dilemma: il James su carta sarebbe stato all’altezza dell’immaginario costruito negli anni dall’inarrivabile Sean Connery e dai suoi (sbiaditi) successori? O avrei assistito a uno sdoppiamento bipolare? Mi avrebbe tenuta inchiodata alla poltrona e alimentato le mie fantasie senza effetti speciali? Ma soprattutto: come rispondere alla sfida lanciata da Matteo Codignola sulle ragioni del fascino evergreen di 007 che continua a mietere vittime? Solo spulciando tra le righe degli otto titoli di Adelphi e quindi avviare una lettura non-stop.
III. 2.113 pagine più tardi
Passata indenne tra perle di saggezza filosofiche, come “Nel momento in cui nasci incominci a morire. L’intera esistenza è una corsa a tappe con la morte.” e “Signore, donami la castità. Ma non subito” citando Sant’Agostino, e istantanee felici quali “Tre settimane dopo marzo si insinuava a Londra come un serpente a sonagli” di una cosa sono certa: Fleming ci sa fare.
D’accordo, “It was written to take my mind off other matters”, premette lo scrittore fresco di matrimonio a 43 anni, rintanato in Giamaica, sull’isola di Goldeneye, parlando del suo primo Bond, iniziato il 15 gennaio del 1952. Se fosse rimasto un caso isolato sarebbe ormai passato nel dimenticatoio, nonostante la sua aspirazione a scrivere “il più grande romanzo di spionaggio di tutti i tempi” come ricorda Codignola nel suo 15.1.1952 in coda a Casino Royale. Ma l’aver perseverato, l’aver composto un corpus di dodici titoli, sostenuto dal successo della trasposizione cinematografica, ha consacrato le vicende dell’agente segreto britannico a livello planetario. Cento milioni è il numero di copie di libri di 007 vendute nel mondo.
Certo il racconto delle avventure bondiane è viziato da stereotipi razziali, da un dichiarato maschilismo e da considerazioni omofobe che rendono oggi l’autore poco politically correct, ma chapeau alla sua capacità di far viaggiare il lettore alla velocità della luce dalla Giamaica a Mosca, sferrando attacchi a Fort Knox e ai veteri personaggi delle SMERSH, su auto da collezione, in muta subacquea, con un perfetto slam o azionando a mano un carrello ferroviario lanciato in una corsa folle sui binari.
Dalle pagine di Fleming traspare, a sorpresa, il suo interesse per l’arte, spaziando da Salvador Dalì a Botticelli, le sue fantasie da interior designer che descrivono interni Regency e futuristici, quel suo portarci come Jules Verne in mondi sottomarini e isole misteriose dai nomi fittizi, impossibili da rintracciare su Google Maps. Oltre a renderci partecipi di intrighi internazionali legati alla Guerra Fredda, alla corsa al nucleare e alle armi batteriologiche.
Che cosa ammiriamo nello 007 maturo, quello che si profila definitivamente nel quinto titolo? Il rispetto della gerarchia e il saper infrangere le regole, la freddezza della mente e la passione per l’azione, il dongiovannismo dichiarato ma onesto, lo smoking mai sgualcito e, non ultima, la padronanza delle situazioni, il suo savoir fair nell’ordinare la perfetta sequenza di piatti al ristorante o nel vestirsi per una partita a golf senza apparire un parvenu. Quel suo essere un vero maschio alfa, l’uomo che non deve chiedere mai, con una dichiarata ossessione per i dettagli e l’eleganza innata, quel vivere alla grande, tra suite cinque stelle lusso, casinò con puntate milionarie, auto d’epoca, sempre sul filo del rasoio. E l’aver creato una sicura dipendenza dal Vodka Martini, rigorosamente agitato, non mescolato.